Il mondo magico-religioso degli Inca

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a cura di Barbara Nanni

Elenco capitoli :
1. Cosmologia delle Ande meridionali
2. Miti sull'origine dell'universo
3. Forze cosmiche
4. Il calendario cerimoniale e astronomico
5. Miti sull'origine degli Inca: l'origine degli Inca secondo Garcilaso della Vega
6. Il secondo e il terzo mito di Garcilaso


Dettagli capitoli :
Cosmologia delle Ande meridionali

Le genti del Perù precolombiano hanno elaborato una cosmologia che si direbbe calcata a misura sull’ambiente, su quell’ambiente così duro per l’uomo che avrebbe dovuto dissuaderlo da qualsiasi forma di insediamento.
Il peruviano precolombiano è riuscito a creare una cosmologia ambientale, a sentirsi parte attiva dell’ambiente e a dominare gli spazi infiniti inquadrandovisi in uno discorso logico e nello stesso tempo dilatando il proprio io e quello degli altri elementi da cui è circondato, fino a ricondurli tutti all’essere supremo.
L’universo andino pur concepito come unità, risulta diviso orizzontalmente in quattro parti e verticalmente in tre. Lo spazio orizzontale, per esempio, è suddiviso dalla croce immaginaria dei quattro punti cardinali, pur essendo nel contempo considerato una totalità chiusa, mentre lo spazio verticale è concepito come tagliato da un’asse, altrettanto immaginaria come la prima, ma posta perpendicolarmente alla prima, in cui si distinguono le posizioni di alto e basso con riferimento ad una terza posizione, il centro compreso fra le prime due. Si ha pertanto un Hanay Pacha, o mondo di sopra, un Uku Pacha, o mondo di sottodentro e un Kay Pacha o mondo di qua, ma anche mondo di adesso; allo spazio vertico-orizzontale era inoltre applicata la divisione in due metà, intese come forza maschile l’una e femminile l’altra.
Tali divisioni verticali ed orizzontali erano applicate non solo all’universo, ma anche alla divinità somma, che si identifica con l’universo stesso, alle divinità da essa derivate e, pur in scala minore, anche alle persone, agli animali, alle piante, alla città così come all’organizzazione politica e sociale dell’Impero.
Esaminiamo ora la terminologia quechua dello spazio: essa indica cha spazio e tempo non sono due dimensioni come noi continuiamo a considerare ma una sola. Ecco, infatti il termine Pacha, terra, che significa anche tempo, così come Kay-Pacha significa il mondo di qua, il nostro mondo ma anche il mondo di adesso. Lo spazio, secondo questa concezione cosmologica, è in continuo divenire, divenire che però non procede in linea retta, ma a cicli: alla fine di un ciclo si avrà il “volteo” o capovolta, detta Pachacuti, per cui il mondo di sotto diventa quello di sopra e viceversa, con conseguenze disastrose per il centro che ne risulta distrutto.
La cosa più curiosa è che lo spazio davanti a noi o Nawpa-pacha non è il futuro, ma il passato, come indica lo stesso termine, quando è usato nel suo significato temporale che significa “tempo avanti, tempo passato”, mentre il futuro o Quipa-pacha significa anche “tempo dietro”. Questo ci suggerisce che il tempo proceda a ritroso, ovvero che il futuro sia la ripetizione del passato.

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Miti sull’origine dell’universo





Per tentare di spiegarci le posizioni del passato e del futuro rispetto al centro, osserviamo la geografia andina, facendo riferimento a quello che è considerato il centro per eccellenza, cioè il lago Titicaca.
Secondo vari cronisti, il lago Titicaca sarebbe all’origine della creazione: il sole, la luna e le stelle sarebbero usciti proprio dal lago Titicaca, in seguito ad una grande capovolta, l’Uno Pachacuti, che si sarebbe manifestata con un gran diluvio, dovuto all’unione di tutte le acque. Al ritirarsi delle acque, narra il mito si andò scoprendo la terra mentre si formavano lagune, fiumi e il mare, unità acquatiche tutte unificate dentro al concetto di Mama Qocha, la madre di tutte la acque.
Lo stesso dio creatore Viracocha, sarebbe uscito da questo lago e, dopo aver compiuto gli altri suoi riti creativi, avrebbe iniziato un lungo viaggio verso il mare, entro il quale sarebbe sparito. Anche l’organizzazione sociale andina sarebbe stata impartita da Viracocha, infatti avrebbe completato la sua creazione facendo un plastico in cui erano rappresentate tutte le nazioni della terra, dipingendo persino il vestito che ciascuna di esse avrebbe dovuto indossare e il modo in cui avrebbero dovuto portare i capelli. Dopo aver terminato di fare le nazioni in argilla, dette agli uomini un’anima e un corpo, gli comandò di uscire da dove erano rintanati, così alcuni uscirono dalle caverne, altri dalle montagne e altri dagli alberi. Usciti cominciarono a moltiplicarsi e trasformarono i luoghi in cui erano apparsi in “Huacas” e templi in memoria dell’inizio del loro lignaggio.
Esiste anche un’altra interpretazione della cosmologia andina, interessante perché ci offre una visione organica dell’insieme.
Lo spirito supremo è Viracocha, il cui nome significa “acque sacre”. L’inizio è lo spirito supremo, chiamato Sapan Kamaq ossia ordinatore dell’universo. Tutto l’universo fu creato da Sapan Kamaq con un soffio. Questo soffio, Samay, fu l’atto della creazione. Il Samay si ripete, simbolicamente ogni qualvolta si fanno offerte allo spirito della montagna: l’officiante infatti soffia su tre foglie di coca. Anche il contadino, prima di qualsiasi attività di una certa importanza, soffia sulla sua offerta.
Il nome completo dello Spirito Supremo è: Apu K’on Teqsi Viracocha, il fondamento di tutto. Analizzando i termini che compongono il suo nome, si chiarisce il significato.

  • Apu: dio, spirito.
  • K’on: energia che fluisce, luce energetica.
  • Teqsi: fondamento, base, sostegno.
  • Viracocha: il principio delle acque sacre

Tutto l’universo esiste perché l’ha creato Viracocha e l’universo non è altro che Viracocha stesso. All’interno di Viracocha, ossia nell’universo stesso, si trovano una serie di Spiriti. Tanto maggiore è la lontananza dal Sole di un pianeta tanto più grande si considera lo sviluppo spirituale di coloro che vi abitano. Quando una persona nasce sul nostro pianeta tanto più grande si considera lo sviluppo spirituale di coloro che vi abitano. Alla sua morte, una sua parte andrà verso la Luna, ma tutto il resto andrà verso il Sole. Se qualcuno volesse tornare sulla terra potrebbe farlo solo se il suo grado di evoluzione spirituale è progredito rinascerà su un altro pianeta con un grado spirituale più alto. Quando un essere ha compiuto i suoi cicli su tutti i pianeti che stanno attorno ala Sole, si fonde con lui, dopo di che continua ad evolversi su un’altra stella. L’evoluzione prosegue per migliaia di cicli, fino al momento in cui ci si riesce a fondere con lo Spirito Supremo, Apu K’on Teqsi Viracocha.
Parlare dell’universo andino significa parlare di Kay PachaHanan Pacha, il Cielo e di Uku Pacha, il submondo. Ognuno di questi mondi è abitato da una quantità di esseri viventi. Anche l’uomo sperimenta questa divisione nella concezione dei tre piani dell’esistenza:

  • Hanan Pacha: uomini morti, spirale di sviluppo spirituale;
  • Kay Pacha: uomini nati, spirale di involuzione spirituale;
  • Uku Pacha: uomini non ancora nati.
  • Il germe della vita sta in Uku Pacha, nasce dall’ovulo fecondato nella donna come il seme che cade nel solco del campo e poi esce all’esterno. La morte è la strada per un’altra vita; allo stesso modo, quando l’autunno arriva, la pianta inaridisce, il grano si addormenta fino alla prossima esistenza. Morendo l’involucro corporale si dissolve, poi si dissolve l’una (anima) e infine, indistruttibile e incorruttibile, resta il kay (spirito) che dopo aver espiato le sue colpe va fino al regno dei Ruwal. Ma il corpo torna alla Pachamama, alla Madre Terra.
    Secondo i principi religiosi, i buono andranno in cielo o regno del Padre Sole, il Regno della Eterna Luce e dell’Eterno Splendore. Se vi furono colpe, saranno purgate secondo la gravità in Upa Marka (regno del silenzio), in Uku Pacha (l’interno della terra, regno delle tenebre o della luna oscura), in Purum Llaqta (regno del deserto) e in Rit’i Tiway (sede delle nevi eterne). L’anima resterà in uno di questi luoghi fino a che lo spirito si sia pulito.
    Anche dentro di noi siamo tre in uno, in una costante interazione. Ogni vita è sempre la continuazione di un’altra che l’ha proceduta; ognuno nascendo ha un proprio destino segnato; nasce in un giorno stabilito per poi morire in un giorno ugualmente stabilito.
    Parlando di Hanan Pacha si intende il cielo vicino, dove abitano gli Apu e gli Auki, gli Spiriti eletti chiamati Rur Michiq, che significa pastori di “uomini”. Abitano sulle alture terrestri e più alta è la montagna, più alta è l’elevazione spirituale. Più lontani abitano spiriti come il Pachamama, lo spirito della terra e Qochamama, lo spirito del mare. Pachamama e Qochamama sono spiriti vicino agli uomini, mentre il Pachayachachi (detto anche Ruwal) è uno spirito celeste che abita sul nostro pianeta, ingloba tutti gli spiriti della terra e ne è il capo.
    Nel Kay Pacha, ossia l’habitat terrestre, non vive solamente l’uomo ma anche i Taqsa, i Waqsa, i Waroqllo, spiriti elementari della terra, del fuoco e dell’aria.
    Molto più giù del Kay Pacha, nel mondo sotterraneo, vivono una serie di spiriti elementari che si intrecciano con il Kay Pacha: il Supay, il Saqra e altri che a volte recano molestia ai viventi.
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    Forze cosmiche

    Quali erano le forze che tenevano unito questo complesso sistema cosmologico che caratterizzava l’universo andino? Quali erano invece le forze che ne potevano provocare il ribaltamento? Come poteva l’uomo intervenire?
    La risposta viene dall’etnologia e dalla linguistica assieme e si basa su varie ricerche effettuate sul mondo del lavoro agricolo andino il quale è l’unica realtà concreta di oggi ancora in perfetta continuità con l’epoca precolombiana.
    Uno dei principi più importanti per dare solidità all’ordinamento stabilito è l’ayni, cioè la reciprocità. Tutto l’universo è ayni, l’ayni è il matrimonio, così come la mano d’opera che, nel lavoro dei campi, una persona offre ad un’altra sapendo che ciò le permetterà di chiederle in contraccambio la sua mano d’opera per i propri campi.
    Qualsiasi prodotto agricolo è infatti frutto di ayni non solo fra l’uomo e la Pacha Mamma ma fra gli dei mondo di Sotto e quelli del mondo di Sopra.
    Un altro principio basilare della cosmologia andina è la mita: essa permette di trasformare un ordinamento temporale in un ordinamento spaziale ma anche in un ordinamento di lavoro e di organizzazione sociale e politica e viceversa. Essa deriva dall’ayni: quando un gruppo di entità equivalenti si alternano, durante tempi stabiliti del calendario, a prestare lo stesso servizio ad un’entità di posizione più alta si dice che ogni componente sta facendo una mita rispetto all’entità più alta. Mita è anche la rotazione fra la coltivazione ed i periodi di riposo nell’ambito di una chacra (ovvero del podere che l’ayullu dà in usufrutto a ciascuno dei suoi membri).
    La mita, insomma, è un principio che unisce e vincola due sistemi: il circuito temporale del calendario ed un circuito spaziale di organizzazione di lavoro e di politica e sociale.
    Pallqa e tinku sono invece due termini relazionati alla biforcazione e servono a dare un riferimento all’ordine spazio-temporale: pallqa è una biforcazione di una cosa in due, senza alcuna implicazione direzionale. Pallqa è anche la biforcazione di due canali d’irrigazione il cui percorso delle acque è legato all’opera degli uomini e può verificarsi nell’uno o nell’altro senso.
    Tinqu è invece una biforcazione irreversibile come per esempio l’entrata di un affluente in un fiume. Si tratta dell’incontro di due unità che provoca la nascita di una nuova entità. Tale universo in equilibrio può essere sconvolto da forze esplosive dette amaru, forze che però tendono a riassestarsi e che sono relazionate all’acqua e personificate da serpente bicefalo ma anche dal mostro felino e dal fulmine. L’amaru può esplodere se le ayni, mita, pallqa, tinqu non agiscono in equilibrio fra di loro ma creano un eccesso di energia. Compito dell’uomo è di vigilare, cioè non produrre squilibri con gli eccessi dell’uno e dell’altro e se tali equilibri si stanno per verificare tentare di riequilibrarli con offerte alla divinità e con la preghiera. Secondo una tradizione ancora oggi molto diffusa, l’amaru si trova nel fondo di lagune da dove può uscire sotto forma di mostro con sembianza di felino, di toro o di maiale.

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    Il calendario cerimoniale e astronomico

    Nel sistema ideologico Inca si nota un interesse marcato per le osservazioni astronomiche: il che risultava dalla convinzione sia che gli dei si personificassero in un astro sia che gli astri divini influissero direttamente sugli eventi biologici, sociali e politici.
    Da cui l’importanza di formare un sistema calendariale associato a rituali religiosi, ad attività sociali e lavorative di tipo periodico: l’adempimento di tali attività davano all’uomo la garanzia di conservare in tal modo l’equilibrio con tutto il cosmo, fra cui in particolare il Mondo di Sopra e il Mondo di Sotto. Sembra che gli Inca si siano basati, per costruire il loro calendario, su di un calendario luni-solare composto da “mesi” o lune, utilizzato nelle ragioni andine fin da prima della conquista Inca.
    Il calendario incaico contemplava dodici mesi o lune che venivano corretti con l’anno solare sulla base di osservazioni dei momenti più significativi del percorso del sole, come i solstizi, gli equinozi, lo zenit e il nadir, cui si aggiungeva l’osservazione delle Pleiadi: quando queste apparivano in cielo, a fine maggio-primi di giugno, marcavano l’inizio dell’anno incaico nonché quello della stagione asciutta, invece, quando esse erano al culmine, segnavano l’inizio della stagione umida.


    La stagione arida o invernale
    La stagione arida o invernale marca l’inizio dell’anno cerimoniale di Cuzco.


    Primo Mese (maggio-giugno). Dalla fine di maggio al solstizio di giugno. In questo mese si celebrava la nascita del nuovo anno e la presenza delle pleiadi in cielo, inoltre si festeggiavano gli antenati mitici femminili dei lignaggi andini nonché l’immagazzinamento del raccolto. La festa più grande era l’Inti Raymi, cioè la festa del sole appena nato, come indicato dal fatto che l’astro ha, in questo tempo dell’anno, nell’emisfero sud poca forza. L’Inca salutava con grande solennità il Sole bambino: gli offriva sacrifici che venivano effettuati assieme a grandi mangiate e bevute comunitarie con il popolo. Durante questo mese i funzionari dell’Inca prendevano nota della produzione agricola e di bestiame dell’Impero.

    Secondo Mese (giugno-luglio). Dal solstizio di giugno fino verso la fine del nostro mese di luglio. Si preparava il terreno per la semina e si effettuavano le nuove ripartizioni del terreno nell’ambito dell’ayllu. Si facevano sacrifici sulle piazze di cento lama rossicci e di mille porcellini d’india chiedendo che né il sole né l’acqua danneggiassero le seminagioni. Inoltre si concimava la terra e si delimitava con pali la zone da seminare, il che scandiva l’inizio del rapporto uomo-terra.

    Terzo Mese (luglio-agosto). Dalla fine di luglio al passaggio del Sole per il nadir in agosto. Marca l’inizio dell’anno agricolo di Cuzco. Si apre la terra col lavoro comunitario detto minga, durante il quale, oltre a lavorare si bevevo chicca, si mangiava e si cantava l’Haylli, cioè la canzone per ottenere un buon raccolto. In alcuni luoghi sacrificavano alla terra uno dei propri figli.

    Quarto Mese (agosto-settembre).

    Dalla fine di agosto all’equinozio di settembre. Purificazione degli uomini e di tutto il territorio per affrontare le molte fatiche che la terra richiede in questo periodo dell’anno, cioè la semina e il riassetto o costruzione dei canali d’irrigazione. Questo mese era dedicato a Viracocha, al Sole, al Tuono e alla Luna, regina del cielo e sposa del sole. Era un momento allegro dell’anno: questa unione simboleggiava la fertilità della terra che concepiva il raccolto che sarebbe stato immagazzinato nove mesi dopo.

    Quinto Mese (settembre-ottobre). Dall’equinozio di settembre fino al secondo passaggio del sole per lo zenit il 20 di ottobre. Si facevano cerimonie, preghiere e sacrifici affinché venisse la pioggia e tra l’altro si sacrificavano cento lama bianchi agli dei. Venivano legati i cani e lasciati senza cibo affinché latrassero e piangessero; in tal modo si riteneva che aiutassero uomini e donne i quali, assieme ai bambini, ai vecchi, agli ammalati e agli storpi, si lamentavano e invocavano la pioggia.

    Sesto mese (ottobre-novembre). Dalla fine del mese di ottobre al culmine delle Pleiadi verso la fine del nostro mese di novembre. Era il mese dedicato al culto dei defunti i quali in cambio, avrebbero aiutato i vivi intercedendo per l’arrivo della pioggia. A tale scopo si effettuavano cacciagione offerte di cervi agli antenati. Le mummie dei defunti erano condotte di casa in casa, ricevevano offerte di cibo, oro, argento, alimenti e bevande mentre i loro parenti andavano cantando e ballando con le mummie stesse. Era raccomandata l’attività sessuale perchè si riteneva che contribuisse alla fertilità della terra. In questo mese i funzionari dell’Inca facevano il censimento e sceglievano coloro che sarebbero partiti militari o sarebbero stati comandati ad altri incarichi. Era anche il momento in cui le fanciulle entravano nella casa delle vergini del Sole, ma anche il tempo dei riti di pubertà. Si preparavano vestiti, ornamenti, e cibi per i riti del mese prossimo.


    La stagione umida o estiva

    Primo Mese (novembre-dicembre). Dal culmine delle Pleiadi, verso la fine di novembre al solstizio estivo, cioè dicembre. Le pleiadi sono al massimo delle loro forze, sono visibili tutta la notte. I giovani vengono iniziati, dopodiché partecipano a corse rituali ma anche ludiche, ricevano gli abiti e gli ornamenti che indicano i loro nuovi ranghi. E’ il mese del solstizio, quello cioè in cui essendo il Sole al massimo delle sue forze e il giorno più lungo, si celebrava la grande festa in onore del Sole.

    Secondo Mese (dicembre-gennaio). Dal solstizio alla fine di gennaio. Era il mese delle penitenze e dei digiuni.

    Terzo mese (gennaio-febbraio). Dalla fine di gennaio alla fine di febbraio, quando cioè il sole passava attraverso lo zenit. Era finalmente arrivato il tempo umido, c’era abbondanza di fiori e verdure mentre scarseggiavano ancora gli altri alimenti.

    Quarto mese (febbraio-marzo). Dalla fine di febbraio all’equinozio di marzo. Scambi tra gli uomini e i loro antenati mitici. Era il mese in cui cominciavano a maturare le messi e il bestiame ad ingrassare. Si facevano sacrifici di lama neri alle divinità e si digiunava. Nel momento della scomparsa delle Pleiadi, che segna la fine delle grandi piogge, si salutavano gli antenati offrendo loro cibi, bevande, coca, indumenti.

    Quinto mese (marzo-aprile). Dall’equinozio di marzo al passaggio del sole attraverso il nadir, verso la fine di aprile. Era questo il mese in cui l’Inca dava le sue feste, che consistevano in danze, canti e grandi mangiate, inoltre offriva sacrifici al Padre Sole e alle altre divinità. In questo mese si perforavano le orecchie ai giovani della nobiltà che indossavano quindi per la prima volta gli orecchini simbolo del loro rango.

    Sesto Mese (aprile-maggio). Dalla fine del mese di aprile alla fine del mese di maggio; è il mese del raccolto. A ringraziamento si sacrificavano agli dei lama di tutti i colori e si celebravano grandi feste. Verso la fine del mese, quando cominciavano a riapparire le Pleiadi, si festeggiavano gli antenati mitici maschili dei lignaggi andini con cacce e offerte di cervi.

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    Miti sull’origine degli Inca: l’origine degli Inca secondo Garcilaso della Vega

    Già avevamo visto, a proposito dei miti sull’origine del mondo, come questi si riferiscano al lago Titicaca e al dio creatore Viracocha, rispettivamente come al luogo dove avvenne la creazione e all’autore di essa. Altrettanto si può dire a proposito dei miti sull’origine degli Inca anche se spesso il dio Viracocha non viene nominato perché viene sostituito dal suo “alto”, cioè il Sole il quale agisce in sua vece nel “centro” ove risiede il dio sommo Viracocha, ovvero nel Lago Titicaca.
    Ecco l’origine degli Inca secondo Garcilaso de la Vega, figlio di una nipote dell’Inca Wayna Capac e di un capitano spagnolo.
    La narrazione qui sotto riportata riferisce il testo che il fanciullo Garcilaso udiva raccontare dallo zio Wayna Capac e pertanto si può considerare la narrazione ufficiale della corte. “ Nostro padre il Sole, vedendo gli uomini quali te li ho descritti, ne provò pena e dolore e inviò dal cielo in terra un figlio e una figlia perché li indottrinassero nella conoscenza di nostro padre il Sole, persuadendoli a d onorarlo e a tenerlo per loro dio, e dando loro precetti e leggi in obbedienza ai quali vivessero come uomini secondo ragione e civiltà, abitando in case e villaggi, imparando a lavorare la terra, a coltivare piante e messi e ad allevare il bestiame. Con questo comandamento nostro padre depose questi suoi figli nel Lago Titicaca, ordinando loro di fingersi due qualunque e, dovunque si trovassero a mangiare o a dormire, vedessero di conficcare una barra d’oro lunga una vara. E larga due dita che consegnò loro come simbolo e insegna, e dove quella bara fosse penetrata nel terreno. Lì voleva il Sole nostro Padre che si fermassero eleggendo il luogo a residenza e corte. E infine disse loro: ”Quando avreste ridotto queste genti al nostro volere le governerete secondo regione e giustizia, con pietà, veemenza e mansuetudine facendo in tutto e per tutto funzione di padri pietosi con i loro figli teneri e amati”.
    “I due uscirono dal Lago Titicaca, volgendo i passi a settentrione, e strada facendo, ovunque si fermassero, tentavano di conficcare nel suolo la barra d’oro senza mai riuscirvi. Arrivarono poi a questa valle del Cuzco, dove un tempo non c’erano che monti selvaggi”.
    “La prima sosta che fecero in questa valle fu sul colle chiamato Huanacauri, a mezzogiorno della città. Lì riuscirono a conficcare nel suolo una barra d’oro, che anzi vi penetrò con gran facilità al primo colpo, e poi scomparve”.
    “Dal colle Huanacauri andarono i nostri primi Re, ciascuno per suo conto, a convocare le genti e essendo quel luogo il primo del quale sappiamo essere stato da loro calpestato, e poiché da lì sono partiti per fare del bene agli uomini, vi abbiamo eretto, come è noto, un tempio in onore di Nostro Padre il Sole, a ricordo dei benefici da Lui concessi al mondo. Il principe si volse a settentrione, la principessa a mezzogiorno; a tutte le donne e gli uomini in cui s’imbattevano rivolgevano la parola dicendo come il loro Padre Sole li avesse inviati dal cielo perché fossero maestri e benefattori degli abitanti di tutta la terra, togliendoli dall’esistenza ferina che conducevano”.
    Quelli che il Re raccolse intorno a sé volle che popolassero Hanan Cozco, che per questo venne chiamato appunto “alto”, e quelli radunati dalla Regina che popolassero Hurin Cozco ed è per questo che lo chiamarono “basso”.
    “Quanti anni siano passati da quando il Sole Nostro Padre inviò questi primi suoi figli, non te lo saprei dire esattamente. Il nostro Inca si chiamo Manco Capac e la nostra Coya Mama Ocllo huaco”.

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    Il secondo e il terzo mito di Garcilaso

    Il secondo mito che riferisce Garcilaso si riallaccia e probabilmente deriva da quello dei quattro Viracocha narrato da vari cronisti, fra cui Sarmiento e Molina.
    “Un’altra favola racconta la gente comune del Perù circa l’origine dei suoi re Inca e lo fanno gli indiani che abitano a mezzogiorno del Cuzco, nel cosiddetto Collasuyu, e quelli a Ponente, nel cosiddetto Cuntisuyu. Dicono costoro che finito il diluvio, del quale non sanno dare altra notizia, se non che vi fu, le acque si ritirarono e comparve un uomo a Tiahuanaco, che di trova a mezzogiorno di Cuzco, il quale era così forte che spezzò il mondo in quattro parti, assegnandole a quattro uomini che chiamò Re. Il primo aveva nome Manco Capac, il secondo Colla il terzo Tocay e il quarto Tinahua. Dicono che a manco Capac assegnò la parte settentrionale e a Colla la parte meridionale; al terzo Tocay assegnò la parte a levante e al quarto Tinahua quella di ponente e ordinò loro che se ne stesse ognuno nel suo distretto e conquistasse e governasse la gente che vi si trovava.
    Non sanno dire però se il diluvio aveva affogato gli indiani e se questi fossero poi rinati per essere conquistati e indottrinati ed è tutto quanto dicono di quei tempi. Sostengono che la suddetta divisione del modo ebbe luogo dopo quella che gli Inca fecero del proprio regno, chiamato Tahuantinsuyo, dicono che Manco Capac si spinse fino a nord e giunse alla valle del Cuzco e fondò quella città e assoggettò le genti vicine e le addottrinò. Da quel momento dicono di Manco Capac suppergiù quello che ne abbiamo detto noi, e che i re Incas ne discendono, ma non sanno dire che ne sia stato degli altri tre re.
    Un terzo mito sull’origine degli Inca è riferito per sommi capi da Garcilaso. Questo trova riscontro in numerosi altri cronisti.
    “Ha corso anche un’altra visione di questa, simile alla precedente, ed è propria degli indiani che vivono a levante e a settentrione della città di Cuzco. Dicono costoro che al principio del mondo uscirono da certi pertugi di certe rocce che si trovano vicino alla città in un sito che si chiama Paucartampu, quattro uomini e quattro donne, tutti fratelli che vennero fuori dal pertugio posto in mezzo, perché ce ne sono tre, e il centrale lo chiamarono pertugio reale. Il primo fratello lo chiamarono Manco Capac e sua mamma Mama Occlo. Dicono che egli fondò la città e la denominò Cuzco, voce che nella lingua degli Inca significa ombelico. Il secondo fratello lo chiamarono Ayar Cachi, il terzo Ayar Uchu, il quarto Ayar Sauca.
    Nel ciclo degli Ayar, nome generico che, probabilmente corrisponde al ceppo di una pianta, i nomi propri dei quattro fratelli, forse indicano quattro funzioni dello stesso personaggio.
    L’azione dei quattro fratelli pur culminando con l’azione politica di Manco Capac, vede la collaborazione dei quattro fratelli, il che, per la simbologia connessa con il numero quattro nell’ambito della cosmologia andina, significa che l’universo intero collaborò all’insediamento a Cuzco del capostipite della dinastia Inca.

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    Fonte: Progetto Saecula